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Storie di donne, letteratura di genere/ 325 – Di Luciana Grillo

Silena Santoni: «Piccola città» – Chi comincia a leggere questo romanzo e non può smettere se non quando si arriva all’ultima pagina

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Titolo: Piccola città
Autrice: Silena Santoni
 
Editore: Giunti Editore 2020
Collana: Scrittori Giunti
 
Pagine: 264, Rilegato
Prezzo di copertina: € 18
 
Il romanzo, appena uscito nelle librerie, parte dalla conclusione, da una morte tragica che chiude una storia di amore intensa e tormentata.
Folco, l’attore bello e famoso che, dopo un incidente, ha abbandonato le scene, ripercorre gli eventi recenti, l’incontro fulminante con Ilaria, le prove di uno spettacolo in perenne mutamento, la moderna Elettra e una Medea che non troverà realizzazione, il desiderio di un figlio e l’atto terroristico che sconvolge drammaticamente la sua vita.
Il luogo dove si svolge la storia è Firenze, una città che «rigurgita di visitatori… come locuste in questo torrido inizio d’autunno… sciamano intorno a questa enorme torta di matrimonio che è diventata la mia città. Noncuranti, come una scolaresca in vacanza», una città ferita a morte dal terrorismo: «Quanto misura, Ilaria, lo scarto tra vivere e morire…? Sarebbe bastato così poco, così poco per cambiare il nostro destino».
 
Folco e Ilaria si muovono tra la casa dove vivono e il teatro dove si sta organizzando uno spettacolo, alla fine di un corso triennale: Folco è l’inquieto regista, Ilaria la protagonista, giovane e brava, eppure – forse perché anche lei nasconde un segreto – tormentata, lei che conosce «la fatica delle scelte che la vita le aveva imposto e dalle quali avrebbe voluto fuggire,…la paura dell’ignoto, il rimpianto dell’infanzia».
Folco è un regista severo, «decide di cambiare il finale senza avvertire gli attori. E decide che Elettra deve morire… Metateatro, il teatro che recita se stesso…Una specie di finzione nella finzione…».
 
Accanto a loro, qualche amico di vecchia data come Adriano, e Ibti, una giovane aspirante attrice che, per frequentare il corso di recitazione, aveva dovuto combattere con sua madre, «custode implacabile della tradizione… la sottomissione era il suo nutrimento ancestrale>>. Troppe volte Ibti si era sentita dire: «Le ragazze perbene non si espongono agli sguardi della gente… le ragazze perbene stanno a casa», tante volte si era vergognata «di quel pastrano grigio lungo fino ai piedi che (sua madre) si ostinava a indossare malgrado fosse arrivata a Firenze a diciassette anni…di quel foulard che le nascondeva i capelli e la mortificava».
 
Adriano cerca di comprendere i sentimenti e la rabbia di Folco, ma vorrebbe anche che una buona volta accettasse la realtà, magari con l’aiuto di uno psicoteraputa.
Lo scuote, lo provoca, gli dice: «Tu stai abbaiando all’aria, Folco, tu cerchi qualcuno su cui sfogare la rabbia, sei in guerra col mondo…non sopporti nessuno, tutto ti infastidisce… L’intransigenza lasciala ai giovani, per loro sì che va bene. Ma i vecchi come noi devono aver appreso l’indulgenza, almeno quella. Alla nostra età se non si pratica l’indulgenza resta solo il livore».
Folco comincia a capire, l’analista lo aiuta; guardando l’Arno che scorre «gonfio delle piogge primaverili» vede sua cugina al lavoro di insegnante, Adriano che rovista fra vecchi oggetti, Ibti che esce furtivamente per andare dagli amici, «corrono come pagine strappate dal copione della vita, corre questa umanità palpitante» di cui finalmente, dopo una faticosa ascesa lungo una strada impervia, dove gli sembra di ver ritrovato una Ilaria serena, Folco di nuovo sente di far parte.
 
Si comincia a leggere questo romanzo e non si può smettere se non quando si arriva all’ultima pagina: è coinvolgente, profondo, scritto con maestria.
Chi legge, come Folco, scava nel passato e solo davanti all’incanto della natura, dopo tanto patire, si riappacifica con la vita.
 
Luciana Grillo – l.grillo@ladigetto.it
(Recensioni precedenti)

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